Prestazione vocale e Mental Coaching: come il pensiero modella la voce
- Valentina Buttafarro

- Feb 19
- 5 min read

Non esiste voce libera senza un pensiero libero dalle sue interferenze.
In tutti questi anni di Vocal Coaching ho scoperto, con una chiarezza che all’inizio non avevo, quanto la voce sia profondamente condizionata dal nostro pensiero.
Prima ancora delle parole, della melodia, prima ancora delle posizioni tecniche della voce, ogni voce racconta la forma del dialogo interiore.
A volte è limpida, flessibile, disponibile, estesa. Altre volte è annebbiata, rigida, trattenuta, rinchiusa, come se fosse avvolta da una sottile coltre di pregiudizi e paure.
Negli anni ho lavorato con molti professionisti della voce, cantanti con un allenamento tecnico solido, capaci durante lo studio di raggiungere estensioni straordinarie, di sostenere tecniche complessissime su passaggi vocali delicatissimi, di affrontare repertori che richiedono un altissimo livello di performance. Eppure, nei momenti dell’esibizione, in tournée, davanti a una telecamera o addirittura semplicemente di fronte al microfono dello studio di registrazione, qualcosa si incrinava.
Può accadere, ad esempio, che una cantante impegnata in un repertorio che richiede note di Belting o Dumping attorno al re diesis (o oltre), dopo una discussione non chiarita con la persona che ama, perda completamente la stabilità laringea proprio nei punti più delicati della performance. Tecnicamente nulla è cambiato nel suo allenamento: gli esercizi di riscaldamento sono gli stessi, il corpo è nella stessa forma fisica, lo stato di salute è lo stesso. Eppure la prestazione decade vertiginosamente.
Non è la discussione in sé a produrre l’effetto, ma la voce interiore che quella discussione ha attivato: un giudizio su di sé, la paura di non essere all’altezza, un senso di inadeguatezza che si aggancia a una parte già presente dentro di lei. Finché quella voce rimane indistinta, ha il potere di mandare all’aria tutto il potenziale, sabotando la tecnica, che così non riesce a esprimersi al suo massimo.


In altri casi l’interferenza è ancora più radicale. Il coachee non perde la voce durante una performance, semplicemente non la trova mai davvero. Un esempio? Il cantante studia confrontandosi continuamente con il suono di altri o, addirittura, a volte chiede alla propria voce di somigliare a una registrazione fatta in giovinezza, pretende che l’esito sonoro sia già definito prima ancora di aver esplorato le possibilità. In questo modo l’apprendimento si irrigidisce, si blocca addirittura l’evoluzione vocale.
Avete ascoltato quanti suoni della voce diversi ha esplorato Joni Mitchell in tutta la sua carriera? Ogni album una voce e una ricerca diversa! Un’autenticità vocale disponibile a cambiare estensione, tessitura, tecnica della voce. È questo che le dà la possibilità di vincere un Grammy ancora nel 2026, all’età di 82 anni!
La cultura giapponese dice che è necessario passare dallo stato di “vittima” a quello di “apprendista” per trovare il proprio IKIGAI.
Senza la libertà di esplorare, imparare ed evolvere, senza la libertà di non sapere quale forma avrà il proprio suono, l’estensione massima e la potenza autentica non emergono mai.
L’idea preconcetta di ciò che “dovrebbe” essere il suono diventa limite. La scoperta della nostra unicità deve essere completamente scollegata da pregiudizi e mai disposta a rincorrere modelli prestabiliti, anche fossero stati generati in passato dal nostro stesso strumento vocale.

In questo senso il mio lavoro di Voice Coaching unisce Vocal Coaching e Mental Coaching, in continuità con la formula originaria proposta da Timothy Gallwey negli anni Settanta:
Performance = Potenziale – Interferenze
È una formula semplice, ma radicale. Non si tratta soltanto di aumentare il potenziale tecnico. Si tratta di riconoscere e ridurre tutte le interferenze che ingabbiano la nostra autenticità vocale sempre obbligatoriamente in evoluzione.
Nei miei studi da Coach professionista ho compreso che il nostro pensiero non è una voce unica. Dentro di noi esiste un vero e proprio dialogo perenne, fatto di molte voci. Ognuna di queste nasce da esperienze vissute, da interpretazioni che abbiamo costruito di noi stessi e del mondo. Alcune voci sono incoraggianti, altre critiche, altre ancora protettive.
Se, per esempio, nell’infanzia abbiamo vissuto un’esperienza di forte paura, può formarsi una voce interna che interpreta ogni situazione come potenzialmente pericolosa. Quella voce ha avuto una ragione di esistere. Ha cercato di proteggerci. Ma se non viene riconosciuta e compresa, può trasformarsi in una piccola dittatura del pensiero.
Il lavoro sul dialogo interiore – vicino a ciò che in alcuni approcci di Coaching viene chiamato Voice Dialogue – consiste nel rendere visibili al coachee queste voci interne, permettondo loro di esprimersi liberamente, senza giudizio, ma anche senza che governino l’intero sistema.
A volte in sessione usiamo l’immagine di un governo interiore, fatto di molti partiti con idee diverse e valori diversi. Il coaching professionale, infatti, si dice applicabile quando il cliente presenta una crisi di autogoverno! Altre volte immaginiamo la mente come un condominio, abitato da molti condomini interiori, ciascuno con una propria logica, una propria visione della realtà, con propri talenti e difetti.
Mai ho compreso così chiaramente come con questi esercizi come la verità su di noi è la MOLTEPLICITA'.
Chi deve guidare il dialogo interiore non è una delle voci, ma il “sé centrale”: il Presidente della Repubblica interiore, l’amministratore del condominio, quella dimensione capace di tenere in equilibrio le parti, di rappresentare i nostri valori, di ascoltare tutte le voci senza identificarsi completamente con nessuna. Solo quando il “sé centrale” è presente, la saggezza può mettere al vaglio le varie istanze interiori e ristabilire equilibrio nei momenti di sfida e prestazione.
Quando questo accade, la voce cambia: va in equilibrio. Non perché abbiamo aggiunto un esercizio tecnico, ma perché abbiamo modificato la qualità del dialogo interno.
Sì, avete capito bene: non è sempre un esercizio di respirazione di appoggio, o un vocalizzo ben eseguito a rimettere in equilibrio il suono.
A volte è un esercizio del pensiero.
La massima prestazione vocale, estensione, dinamiche, agilità, intonazione ecc. non sono solo una questione di allenamento muscolare, sono il risultato di un equilibrio interno che permette al potenziale di emergere, riducendo le interferenze.
Attenzione! Il Mental Coaching è uno dei tanti approcci del Professional Coaching, regolato in Italia dalla norma UNI 11601:2024. Si tratta di una relazione professionale finalizzata allo sviluppo del potenziale e alla facilitazione della prestazione tramite la definizione di obiettivi e piani d’azione concordati con il cliente. Non tutti i Vocal Coach sono Mental Coach! La professione di Professional Coach richiede una preparazione specifica e riconosciuta dalle associazioni che si occupano di Coaching Professionale (es. AICP, ICF). Per accompagnare il cliente nello sviluppo del potenziale e nella gestione delle interferenze interne è necessario aver conseguito una formazione professionale in questo ambito.





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