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Perché è così difficile cantare quando c’è un pubblico? La dieta della mente

  • Writer: Valentina Buttafarro
    Valentina Buttafarro
  • 5 days ago
  • 4 min read

Dice un detto cinese: “Quando l’arciere tira senza ambire a un premio particolare, ha tutte le sue capacità; ma quando tira per un trofeo dorato, diventa cieco, vede due bersagli e perde la testa. Le sue capacità non sono andate perdute, ma il premio lo turba.

Per lui è importante. Pensa più a vincere che a tirare, e il bisogno di vincere gli toglie la sua abilità”.


Questo accade anche nell’arte. Quando ci esibiamo cercando solo l’approvazione, perdiamo il nostro potenziale. Ho scoperto, come vocal coach, che anche un allenamento perfetto può essere annullato dall’ansia da prestazione. Un cantante, tecnicamente impeccabile, può trovarsi bloccato se, invece di donare se stesso, si concentra sul giudizio.

Quello di cui parliamo è di come l’ansia da prestazione turba e manipola la prestazione stessa.



È un tema molto trattato nel mental coaching sportivo, ma che riguarda profondamente anche chi sale su un palco. Esiste, infatti, un potenziale dell’essere se stessi che viene completamente disattivato dall’ansia da prestazione. Quando si sale su un palco con l’obiettivo di ricevere un applauso, di vincere una competizione, di essere ben visti o addirittura amati e riconosciuti, ci si mette automaticamente nella posizione di essere giudicati e questa posizione cambia tutto e si perde qualcosa.

Nel mio lavoro ho seguito cantanti con una preparazione tecnica completa: uno strumento muscolare in equilibrio, corde vocali flessibili, un’estensione ampia, una laringe in equilibrio, una respirazione adatta, appoggio, sostegno, interpretazione ben costruita. Eppure tutto quello che avevamo costruito andava completamente in crisi quando, davanti a un pubblico, il focus diventava essere all’altezza dell’esibizione.

Quando invece una persona si dona autenticamente, succede qualcosa di molto diverso. Tutto diventa uno spettacolo, e chi canta diventa il primo spettatore di ciò che accade. La voce riesce a fare cose che non vengono fuori dal controllo, semplicemente avvengono, e i concerti diventano i momenti dove la voce addirittura evolve tecnicamente a livelli superiori, in dialogo con l’energia del pubblico e dei musicisti che la accompagnano. È come assistere a un miracolo di evoluzione proprio dove prima avvenivano le crisi vocali più pericolose.






Ricordo un’esperienza molto precisa.

Qui a fianco una foto di quel concerto: io e il grande Blue Lou Marini che mi guarda.

Sì, sì, avete capito bene... il famoso sassofonista che era in piedi sul bancone della famosa scena del film "The Blues Brothers". Quello a fianco di Aretha Franklin, pazzesca nel suo grembiule e i suoi famosi acuti. Chi non ha amato quel film si è perso un pezzo importante di musica.

Comunque... dovevo cantare “Think” di Aretha Franklin, in tonalità originale, ed era un’occasione straordinaria esibirsi con la Original Blues Brothers Band americana, ma la verità era che non tutte le sere riuscivo a raggiungere le note più acute di quel brano difficilissimo.

Un maestro mi aveva detto di arrendermi, che per quanto mi sforzassi la mia voce non sarebbe mai stata quella di Aretha: la voce di una donna sopravvissuta a due stupri da bambina e a un marito che la picchiava, donna di colore in un periodo storico come gli anni sessanta in America.  La sua voglia di salire in alto conteneva qualcosa che io non potevo portare. Quel giorno ero molto delusa e demoralizzata e salendo sul palco decisi che, visto che non potevo essere Aretha, sarei stata semplicemente Valentina. Mi dissi che il motivo per cui cantavo musica soul era per “divertirmi” e decisi di mettere quello a unico obiettivo della esibizione; non di arrivare, non di dimostrare, ma di fare quello che mi veniva più naturale: divertirmi.



Durante l’esibizione ho avuto la sensazione che i musicisti avessero abbassato la tonalità, perché arrivare in alto era diventato semplice. Più cantavo e più mi innervosivo, perché avevano cambiato la tonalità? Non credevano ce l’avrei fatta?

Finita la esibizione dissi al trombettista che li ringraziavo per aver abbassato la tonalità perché in effetti mi ero veramente, finalmente divertita. Con grande mio stupore il trombettista mi rivelò che non avevano toccato nulla dell’arrangiamento e che, vista la quantità di fiati con registri coinvolti sarebbe stato impossibile cambiare la tonalità in corsa senza delle prove.

La tonalità era la stessa e senza accorgermene avevo raggiunto quello che pensavo di non poter raggiungere, semplicemente permettendomi di fare ciò che era il MOTIVO per cui volevo cantare: divertirmi.

Per arrivare a questo, però, era stato necessario un grosso lavoro di mesi con la mia maestra. È necessario, infatti, che qualcuno ci guidi a questa libertà. Un coach, un maestro, qualcuno presente nel momento della preparazione, capace di aiutarci a spostare lo sguardo sull’obiettivo giusto, a volte semplicemente a vederlo facendo la domanda giusta: Valentina perché canti? Niente, niente mi diverte di più della musica soul!


Quando l’esibizione diventa una gara, qualcosa si altera. Prepararsi al palco significa prepararsi a tenere al centro il motivo vero per cui vogliamo e dobbiamo fare musica, cantare: la nostra vocazione. Se il motivo diviene essere all’altezza, dimostrare quello che siamo, essere degni di amore, o addirittura competere con la voce di un altro artista famoso, è necessario cambiare focus ed essere LIBERATI. Sì, liberati è la parola giusta.





Non c’è prigione più buia di quella che tiene in gabbia il nostro potenziale e talento.

Nel mental coaching passiamo attraverso il riconoscimento delle interferenze interne coinvolte nella esibizione. Ognuno ha il suo critico interiore, un pensiero interferenza, unico e legato alla propria identità ed è straordinario come spesso è proprio lì che convivano le più grandi potenzialità e i più importanti sabotaggi. Conoscerlo, consolarlo, guidarlo, e poi spostare lo sguardo su ciò che funziona, è un passaggio necessario.

È un allenamento. Un allenamento dei pensieri. Come una dieta, come un’alimentazione che deve diventare equilibrata nel tempo. All’inizio richiede attenzione, poi diventa qualcosa che si stabilizza. Ma non è un processo che si fa da soli. Avviene in relazione, con qualcuno che accompagna, rassicura e guida finché questo modo di stare con se stessi e i propri potenziali e interferenze non diventa stabile… direi in EQUILIBRIO.


Cantate per essere voi stessi. Mai solo per ricevere l’approvazione degli altri. O diventerete schiavi, schiavi del vostro demone peggiore, ognuno il suo, con le sue caratteristiche specifiche. Conoscetelo bene invece! Domatelo e, soprattutto, rassicuratelo perché è la paura a guidarlo. E poi siate finalmente, in modo inequivocabile e semplicemente voi stessi. Di meglio il mondo non può ricevere.

 




 
 
 

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